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Trump: scetticismo sugli investimenti in spesa pubblica

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Il premio nobel per l’Economia nel 2008, Paul Krugman, si è pronunciato più volte con scetticismo verso le scelte politiche del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. In particolare in un editoriale pubblicato sul News York Times ha qualificato, le promesse del neo presidente inerenti gli investimenti in infrastrutture, specchietti per le allodole, aventi il solo scopo di ottenere visibilità verso gli investitori e una certa fetta di elettorato.

Non contento, Krugman rincara la dose e sul suo blog personale torna ad insistere sulla questione, esprimendo senza mezzi termini tutto il suo disappunto verso la politica di Trump.

Sul suo blog Krugman riporta un post di Ben Bernanke pubblicato su Brookings Institutions, in cui si afferma che i repubblicani non hanno nessuna intenzione di spendere soldi per infrastrutture.

Cerchiamo di comprendere le ragioni che ci sono dietro queste affermazioni così radicali del premio Nobel per l’Economia.

Nell’articolo del suo blog, Paul Krugman ha richiamato un intervento dell’ex presidente repubblicano del Comitato dei Governatori della Federal Reserve, Ben Bernanke, pubblicato su Brookings Institutions, inerente le previsioni della politica di bilancio durante il governo Trump.

Krugman, in questo modo abbraccia in toto le osservazioni di Bernanke sul governo Trump. In pratica l’uomo ritiene che non ci sono motivi abbastanza validi, per cui un buon modo per stimolare l’economia possa essere quello di aumentare la spesa, mentre al contrario potrebbe convenire prendere in prestito i soldi necessari per le infrastrutture.

Nello specifico, secondo Bernanke, oggi viviamo in un momento della storia economica, in cui la piena occupazione e lo stimolo della domanda, sono esigenze meno sentite rispetto a qualche anno fa. L’ex presidente della Federal Reserve ritiene che sia necessaria una buona politica di bilancio. Se non si vuole rischiare un aumento dell’inflazione, miglio puntare su un miglioramento della produttività e dell’offerta aggregata. A questo scopo, per esempio si potrebbe pensare di migliorare le infrastrutture pubbliche, che potrebbero così portare un miglioramento dell’economia, altrimenti l’altra via è riformare la tassazione per favorire gli investimenti tra privati.

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Fatta questa premessa, appare chiaro lo scetticismo di Bernanke, circa un’intenzione reale dei repubblicani di supportare incrementi significativi della spesa pubblica in particolare per le infrastrutture. A sostenere l’opinione di Bernanke si aggiunge Krugman, che senza mezzi termini, dichiara la sua convinzione circa l’assenza di una reale volontà del nuovo presidente degli Stati Uniti di realizzare investimenti in spesa pubblica significativi.

Secondo il premio Nobel, sono due le ragioni a sostegno della sua tesi. Ecco di cosa si tratta nello specifico.

  1. Non si riscontra nessun valido motivo per cui i parlamentari repubblicani dovrebbero sostenere un ipotetico programma di investimenti. La verità è di tutt’altra specie, visto che al contrario si dichiarano ben disposti a tagliare l’assistenza sanitaria a milioni di persone, e a limitare le tasse dei paperoni. Seppure Donald Trump volesse improvvisamente mantenere la promessa di nuove spese per infrastrutture, è difficile che il parlamento lo sostenga.
  2. Manca intorno a Trump una squadra di esperti tecnici che abbiano le competenze necessarie per predisporre un buon piano di investimenti. Il fatto che Trump non si sia circondato di tecnici in grado di fare ciò, e l’assenza di segnali che mostrino una volontà del presidente di chiamare persone adatte a questo compito, confermerebbe la tesi dell’economista. Inoltre tornando al Parlamento, bisogna sempre fare i conti con parlamentari repubblicani privi di interesse a sostenere investimenti pubblici.

Krugman conclude il suo post, sottolineando di non illudersi troppo circa la possibilità che i soldi pubblici siano spesi in infrastrutture, al contrario, continua a rincare, è più probabile qualche privatizzazione. Staremo a vedere quali saranno i prossimi passi del 45° presidente degli Stati Uniti, attualmente alle prese con un ordine esecutivo che vieta l’ingresso negli USA degli immigrati di 7 paesi di fede musulmana.


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