Capital gain: che cos’è e qual è il suo trattamento fiscale?

Anni d’oro per i rendimenti di Borsa e per quanti hanno scelto di investire i propri capitali nell’azionario e negli strumenti finanziari in genere: in accordo ai ‘cicli presidenziali’ USA, il primo anno di elezione alla Casa Bianca, soprattutto di un Conservatore, genera utili e crescite di valore delle azioni a Wall Street che poi influenzano gli andamenti delle Borse di tutto il mondo, distribuendo utili e dividendi (che nel 2018 si sono però un po’ ridotti, come avviene nell’anno delle elezioni di mid-term e il successivo).
Tutte le crescite di valore delle azioni (e anche delle obbligazioni, cioè dei Titoli di Stato e dei prestiti che le aziende chiedono pagando gli interessi) generano, quando tutto va bene, un ‘guadagno in conto capitale’ che l’efficace terminologia inglese definisce ‘capital gain‘.

Che cos’è il capital gain?

Con il termine “capital gain” insomma si definisce il risultato economico positivo (‘utile’) che deriva dalla possibilità che uno strumento finanziario abbia un prezzo di vendita superiore a quello di acquisto: e perciò si parla di ‘capital gain’ per indicare un guadagno che deriva dalla compravendita di azioni e obbligazioni – strumenti ‘semplici’ o ‘puri’ rispetto a tutto quanto da essi viene fatto ‘derivare’, cioè dai prodotti finanziari ‘derivati’ (obbligazioni binarie, CFD, ETF etc.).
Questo guadagno può derivare dal fatto che il prezzo di mercato dello strumento finanziario subisca una fase ‘impulsiva’, cioè che cresca rispetto al momento dell’acquisto, avendo aperto una posizione ‘lunga’ (‘long’) che ci fa rimanere a mercato per un determinato periodo (chiamato ‘holding time’). L’utile generato può provenire anche da una vendita allo scoperto, cioè dall’aver preso una posizione definita ‘corta’ (‘short’) che si attiva vendendo prima un prodotto finanziario che non si possiede – che si ipotizza in quel momento sopravvalutato di prezzo – e poi acquistandolo quando questo scende di prezzo (cioè il prezzo viene ‘corretto’ e quindi subisce una fase definita ‘correttiva’).
Nel caso la nostra scommessa e la ‘direzione’ (‘guess’) siano giuste, cioè che il prezzo di un’azione scenda invece che salire, comprarla dopo la vendita allo scoperto genererà anch’essa una plusvalenza che ci metterà in posizione di avere un capital gain. Se invece il prezzo sale, l’obbligato acquisto che dovremo effettuare, prima o poi, di quanto venduto senza averne proprietà ci porterà una minusvalenza, ovvero una perdita in conto capitale.

Il capital gain come strumento finanziario

Questo meccanismo di vendere uno strumento finanziario a prezzo più alto di quello d’acquisto presenta, in genere, rendimenti proporzionali ai rischi che si decide di assumere, in modo che l’utile che si ottiene viene chiamato ‘risk premium‘, a indicare una proporzionalità diretta tra i ‘rischi’ che si prendono e il ‘premio’ che si ottiene dall’essere stati a mercato possedendo un’azione o obbligazione.
Anche questa generazione di utile lo Stato vuole recitare un ruolo di ‘socio occulto’, chiedendo a chi produce redditi derivanti da un ‘capital gain’ di pagare opportune tasse e imposte (anche se, a rigor di logica, si tratterebbe di ‘frutti’ derivanti da capitale, che tuttavia divengono ‘redditi’ laddove che effettua l’operazione finanziaria vende la partecipazione medesima, cioè svolge un’azione attiva che genera, appunto un flusso reddituale).

Trattamento fiscale del capital gain

Il trattamento fiscale del capital gain non è tutto uguale, ma varia da nazione a nazione e da soggetto a soggetto: le persone fisiche ad esempio pagano una ‘cedolare secca’ del 26% su tutti i guadagni derivanti dalla cessione di partecipazioni non qualificate o di altri strumenti finanziari non azionari (mentre la cessione di partecipazioni qualificate, cioè di chi ha più del 20% di voti in assemblea e più del 25% del patrimonio, impone di dichiarare il 49,72%-58,14% di capital gain, da inserire nel regime di tassazione ordinaria).

Questa ‘cedolare secca‘ per i privati è una semplificazione a uso di quanti effettuino operazioni di compravendita di strumenti finanziari (‘trading’) nella modalità cd. ‘di risparmio gestito’, cioè che affidino a una SIM, a una SGR o alla propria banca il compito di pagare questa tassa allo Stato (tipicamente versata mese per mese), eleggendoli così a sostituti di imposta. L’aliquota del 26% è stata alzata in Italia nel 2014 dal governo Renzi, dal 20% cui era arrivato il Governo Monti, rispetto al 12,5% in vigore prima del 2011, allineandola alla tassazione che si applica ai dividendi (sempre del 26%, mentre i rendimenti dei titoli di Stato sono al 12,5%, ferma restando l’aliquota del 26% qualora il BOT/CCT venga venduto a prezzo più alto dell’acquisto, generando perciò un capital gain).
Anche le partecipazioni qualificate sono state rimaneggiate, visto che la Legge di Bilancio 2018 ha alzato dal 49,72% al 58,14% la tassazione sulle plusvalenze, prevedendo esplicitamente il cambio di aliquota per il gain realizzato prima o dopo il 31 dicembre 2017.
Nella modalità definita invece di ‘risparmio amministrato’ la tassazione segue un regime lasciato al contribuente, con il trader che deve inserire i guadagni derivanti da capital gain nella dichiarazione fiscale dell’esercizio in cui ha prodotto tale reddito, senza vedersi addebitato dalla Banca/SIM al momento della chiusura dell’operazione il prelievo del 26% (e senza perciò il versamento nel mese successivo della tassa da parte del medesimo sostituto d’imposta). Tale redditualità verrà perciò armonizzata con le altre entrate fiscali del contribuente (stipendi, pensioni etc).
Nella modalità ‘risparmio amministrato’ la compensazione tra plus e minusvalenze avviene nell’esercizio stesso, mentre in quella a cedolare secca del 26% le minusvalenze vengono detratte – quando realizzate – a diminuire la tassazione delle successive operazioni in utile. E se la possibilità di scontare tali minusvalenza nei 4 anni successivi al momento in cui è stata scritta l’operazione in perdita aiuta quanti abbiano accusato perdite finanziarie, giova ricordare che tali minusvalenze non scontano la tassazione del 26% sui dividendi del medesimo titolo azionario, costringendo a pagare perciò l’impsta pieno il giorno dello stacco della ‘cedola’ azionaria nonostante si abbiano alle spalle delle minus.

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Tassiazione del capital gain per le società

Diverso il regime per le società, che vengono tassate sulle plusvalenza in base all’art. 86 del TUIR (Testo Unico Imposte sui Redditi). Qualora si realizzino minus o plusvalenza il TUIR concede alle imprese di ‘scontare’ le perdite dai guadagni, deducendo dal reddito tassabile le minusvalenze in forma speculare rispetto alle pulsvalenze.
Qualora lo strumento finanziario, la cui vendita ha dato luogo al capital gain, è stato iscritto come immobilizzazioni finanziarie negli ultimi tre bilanci, l’art. 86 comma 4 TUIT prevede adeguata agevolazione. Inoltre il TUIR prevede l’opzione di rateizzazione in quote costanti nell’esercizio di realizzo e nei 4 successivi (portando così a una vera e propria tassazione differita). Questa opzione vale solo dal punto di vista fiscale, perciò la plusvalenza concorrere interamente all’utile dell’esercizio di quando è stata realizzata, per cui la legge cerca di tener nota dell’occasionalità dei capital gain e del fatto questi redditi si sono formati nel corso di più esercizi (nonostante la rilevazione di tale flusso possa avvenire solo nel momento della cessione del titolo).

Il capital gain sulle partecipazioni estere

Anche la cessione di partecipazioni di titoli esteri (es. azioni comprate e vendute a Wall Street, a Francoforte, a Parigi, a Londra etc.) viene assimilata, in termini di regime fiscale, a quella degli strumenti emessi e quotati sul listino nazionale, visto che lo Stato usa il luogo di residenza di chi genera il capital gain come parametro per applicare la tassazione.

Tassazone capital gain: la situazione in Europa

Se in Italia si paga in pratica il 26% sulle plusvalenze derivanti dal trading, quali sono i Paesi europei dove è più interessante trasferirsi per svolgere queste operazioni?
In cima alla classifica dei ‘paradisi fiscali’ per i redditi in conto capitale c’è Andorra, che tassa le plusvalenza al 10% solo nel caso si possiede più del 25% dell’attività finanziaria venduta (e quindi zero nei casi rimanenti).
A Malta non esiste tassazione sul capital gain, ma si paga un fisso del 12% sull’attività che si trasporta sull’isola, mentre in Bulgaria la tassazione del 10% corrisponde all’imposta sul reddito personale (salvo che non si vendano titoli quotati sulla borsa bulgara, per cui non si paga nulla in caso di plusvalenza). In Ungheria il capital gain è tassato al 15%, ma si può azzerare se si conserva la partecipazione per 5 anni (o ridurre al 10% se l’holding time è di almeno 3 anni). Infine in Serbia – paese dove le imposte generali sono molto basse – i residenti pagano solo il 15% sul capital gain e i non residenti il 20%.

La logica della tassazione sul capital gain segue tutte le plusvalenze cosi generate: quindi anche se vendete e comprate Bitcoin o altre criptovalute e usate conti esteri la tassazione è dovuta, in quanto rappresenta un reddito.

Giova infatti ricordare che l’Agenzia delle Entrate, anche in caso di trasferimento in un ‘paradiso fiscale’, tende ad accertare la reale presenza del contribuente sul suolo italiano, soprattutto in caso di grandi flussi di redditi (come nei casi di Pavarotti, Valentino Rossi etc). Se quindi si spera di trasferire la propria residenza a Malta perché si fanno operazioni di trading via Internet (la modalità ormai più utilizzata…), cercando benefici fiscali, ma poi si continua a fare la solita vita, usando carte di credito e altro nel nostro Paese (e utilizzando i servizi come scuole, sanità, strade, polizia etc), lo Stato italiano spesso ha la pretesa di dire la propria su questa vera e propria evasione fiscale – visto che è giusto pagare i servizi che si utilizzano.


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